Quando i batteri servono a proteggere gli ammalati

di Valentina Calzavara
18 dicembre 2014
 
Al Ca'Foncello di Treviso pulizie fatte con i “germi buoni” per bloccare le infezioni dei batteri nocivi. Come la lotta integrata nei vigneti. Il primario Rigoli: «Abbiamo raggiunto grandi risultati»
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Reparti del Ca’ Foncello come i filari dei vigneti, dove si ricorre alla lotta biologica per tenere a bada i microrganismi cattivi. Il metodo sviluppato dall’Usl 9, in collaborazione con l’università di Ferrara, è esattamente lo stesso che si ritrova nell’agricoltura bio: come sui campi si proteggono i grappoli dall’attacco dei parassiti con “insetticidi” naturali, così nelle corsie dell’ospedale si passano comodini, tavoli, sedie, lavelli e pavimenti, entrati in contatto col malato, spalmandovi sopra germi buoni, capaci di bloccare lo sviluppo dei pericolosi cugini “patogeni”, cioè portatori del rischio di infezioni. Un sistema a dir poco innovativo che, in quasi due anni d’impiego, ha dato risultati straordinari.
 
«In reparti come le lungodegenze le pulizie vengono fatte adoperando dei preparati di probiotici anziché i tradizionali prodotti chimici per sterilizzare», spiega Roberto Rigoli, direttore del dipartimento di Patologia Clinica e responsabile della Microbiologia dell’Usl 9, «abbiamo fatto questa scelta dopo una serie di controlli accurati per verificare che funzionasse, e così è stato. Si è visto che impiegando questi batteri “amici”, che sono assolutamente innocui per le persone e per l’ambiente, si instaura una competizione biologica positiva per cui il microrganismo patogeno ci mette molto più tempo a svilupparsi».

L’iter è semplice: i “probiotici” vengono prima trasferiti dal panno sugli arredi ospedalieri, iniziano così a “colonizzazione” la stanza. Come in una spedizione di guerra avanzano invisibili e compatti, invadono e conquistano, a poco a poco, le superfici. Ogni centimetro guadagnato viene reso inospitale per l’arrivo del nemico. Alleati dell’uomo, i probiotici combattono contro un esercito terribile composto da stafilococco aureo, escherichia coli, pseudomonas, candida e acinetobacter. «Grazie a questa procedura di pulizia abbiamo introdotto la lotta integrata e possiamo dire che i probiotici ci hanno regalato grandi soddisfazioni», continua Rigoli, «con l’igienizzazione tradizionale andavamo ad azzerare la carica batterica con sostanze chimiche, ma ci siamo accorti che questa, dopo pochi minuti, riprendeva a crescere esponenzialmente. Invece, applicando i nuovi preparati, essi fanno pressione sul battere potenzialmente cattivo, lasciandogli sempre meno spazio per crescere. Se prima si ripresentava dopo 24 ore adesso fa fatica a ricomparire addirittura dopo 72 ore»

Ma questa non è la sola strategia adottata dall’Usl 9 contro le infezioni ospedaliere. Tenere a bada dei pericolosi intrusi, spesso letali per la salute umana, rappresenta la sfida del secolo, basti pensare che nel 2050, secondo un recente studio inglese, alcuni batteri uccideranno più del cancro. Un allarme che non trova impreparato il Ca’ Foncello, dove il numero di infezioni in corsia si attesta intorno 6%, pari a circa 3 mila pazienti colpiti, su un totale di oltre 50 mila ricoveri l’anno. «Siamo in linea con le medie nazionali e non abbiamo evidenza di morti», commenta Rigoli, fotografando la situazione trevigiana, «diciamo che le infezioni urinarie sono le più frequenti, per esempio, lo stafilococco aureo è particolarmente avvezzo alla plastica di cateteri e sonde che costituiscono delle facili “porte di entrata”. Ci sono poi le infezioni del sito chirurgico, quelle polmonari, specie nelle terapie intensive e poi le infezioni correlate a dispositivi intravascolari».

Casistica cui l’azienda sanitaria dal 2013 ha deciso di rispondere attivando una squadra di cacciatori di microbi. “Comitato per le infezioni correlate alle procedure assistenziali” è il nome ufficiale del team di esperti composto dal primario Rigoli insieme all’infettivologo Pier Giorgio Scotton, alla farmacista Laura Zamengo, a Simone Bradariolo della direzione sanitaria e a Maria Pia Dametto, infermiera epidemiologa. Quest’ultima rappresenta una figura strategica e innovativa, a lei il compito di recepire l’allarme di una sospetta infezione, correre nel reparto interessato, verificare e quindi attivare tutte le procedure necessarie per fermarla. «Così riusciamo a tenere sotto controllo l’epidemiologia dei reparti», spiega Dametto.

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